ANTICIPANDO LA STORIA, GIUGNO

di Mosè Franchi

Mario De Biasi - Gli italiani si voltano - Milano, 1954 -
Mario De Biasi - Gli italiani si voltano - Milano, 1954 -

Da tempo la nostra rubrica (quella della storia della fotografia, e non solo) tende a vivere di ricorrenze, inseguendo nascite, compleanni, accadimenti avvenuti anni prima nel mese che stiamo vivendo. Il più delle volte, però, ci siamo trovati in ritardo, celebrando qualcosa (e pubblicandola) con leggero ritardo.

Da questa puntata cambiamo rotta, rivolgendo lo sguardo un po' più avanti: facendo sì che la pubblicazione della ricorrenza avvenga prima della data che la riguarda.

 

 

Inseriamo da subito una fotografia di Mario De Biasi, perché ben si lega alle due notizie che verranno dopo: il 2 Giugno del 1946 nasceva la Repubblica Italiana; lo stesso giorno, ma nel 1923, Mario De Biasi (auguri). “Gli italiani si voltano” trae ispirazione, nel titolo, dall'omonimo film di Alberto Lattuada. Vive comunque di vita propria, ricca com'è di simboli e ricordi dell'epoca. La donna in bianco (Moira Orfei) è l'oggetto degli sguardi di tutti e vive nel teatro compositivo dell'autore. Lei non è solo la bellezza che “fa girare la testa”, ma l'Italia (la nostra) che avanza. Nel controcampo troviamo un po' tutto: una Lambretta (quella rubata da Cerutti Gino, nella ballata di Gaber – 1960 -), una bicicletta (quella dei “ladri” del film di Vittorio De Sica – 1948 -), ma anche gli italiani qualunque: non ancora in jeans e con il quotidiano nella tasca della giacca.

In un clima di crisi quale quello che stiamo vivendo, vale la pena ricordare da dove siamo partiti. Nella fotografia di De Biasi troviamo tanti padri e tanti nonni: pochi soldi in tasca, non conoscevano la finanza “creativa”, né vivevano di gossip. Loro ci hanno raccontato tante cose, ma nella vita (e nel lavoro) cercavano dignità. Un insegnamento per i politici.

 

2 GIUGNO 1923, NASCE MARIO DE BIASI

Mario De Biasi, Sofia Loren
Mario De Biasi, Sofia Loren

Mario De Biasi è deportato in Germania durante la Seconda Guerra Mondiale. Inizia a fotografare a Norimberga nel 1944 con una fotocamera rinvenuta tra le macerie della città. Rientrato in Italia, nel 1948 organizza la prima mostra personale. Nel 1953 entra a far parte della redazione di "Epoca", periodico per il quale realizza in più di trent'anni centinaia di copertine e innumerevoli reportage da tutto il mondo. La consacrazione della sua attività arriva nel 1956 con il servizio sulla rivolta popolare di Budapest. In oltre cinquant'anni ha fotografato i principali avvenimenti nazionali e internazionali; con le sue immagini sono stati illustrati articoli, numeri speciali di riviste e oltre cento libri.

Ne parleremo ancora.

 

2 GIUGNO 1946: «È NATA LA REPUBBLICA ITALIANA»

"È nata la Repubblica Italiana": con un titolo che sa di cronaca, all'indomani del referendum istituzionale del 2 giugno 1946, il Corriere della Sera annunciava che l'Italia aveva scelto la repubblica a scapito della monarchia. Il risultato era netto, anche se ancora ufficioso e inferiore alle aspettative dei repubblicani: 54,3 voti validi su cento avevano detto sì alla svolta, gli altri 45,7 si erano espressi perché Umberto II, incoronato re meno di un mese prima, restasse sul trono. Non la storia di una fotografia, ma una data da ricordare. Auguri Italia.

 

6 GIUGNO 1944, LO SBARCO IN NORMANDIA

6 Giugno 1944, D-Day. Fotografia di Robert Capa
6 Giugno 1944, D-Day. Fotografia di Robert Capa

Sbarco alleato in Normandia (6 Giugno del 1944). Robert Capa decide di essere tra i soldati che sbarcheranno sulla spiaggia di Omaha. Nel gesto c'è un po' tutto: amore per la fotografia, dovere di cronaca, sprezzo del pericolo.

Raggiunta la spiaggia, sotto il fuoco nemico comincia a fotografare tutto quello che succede attorno a lui. Un bottino che nei primissimi momenti dello sbarco ammonta a 144 scatti su 4 diversi rullini 35 mm. Altri scatti su medio formato, alcuni rulli da 120.

Presto questi fotogrammi giungeranno alla redazione di Life a Londra, che constaterà come solo 11 immagini siano appena leggibili, colpa dell’acqua di mare. In realtà, il difetto era dovuto a un errore di un tecnico, che sembra che abbia esagerato con la temperatura di asciugatura.

Robert aveva resistito a tutto, sotto il fuoco nemico: inchiodato per un'ora e mezza nella spiaggia tra morti e feriti. Un errore umano aveva vanificato tutto questo, anche se l'immagine qui sopra rimane un'icona dello sbarco alleato.

Delle poche foto sopravvissute dello sbarco parlerà in un suo diario intitolato “Leggermente fuori fuoco”.

 

C'era Walter Chiari

Sulle spiagge della Normandia, il 6 Giugno 1944 c'era anche Walter Chiari, o almeno così si dice. Il noto attore (e comico) italiano si offrì volontario ai tedeschi e fu assegnato alle difese in Normandia. Dopo lo sbarco, Chiari, rientrato in Italia attraverso la Svizzera, fu prigioniero in un campo di concentramento toscano: lo stesso che ospitò anche Vianello.

 

ACCADDE L'8 GIUGNO

Fotografia di NicK Ut, 1972
Fotografia di NicK Ut, 1972

L'8 Giugno 1972 viene scattata la fotografia forse più famosa della guerra del Vietnam.

L'editore Taschen la classifica come una delle cinquanta icone del secolo scorso. Nel villaggio vietnamita di Tràng Bàng, Nick Ut (Huỳnh Công Út) fotografa la bambina Phan Thi Kim Phúc, che corre nuda con la schiena bruciata dal Napalm.

Lo scatto valse al fotografo vinse il premio Pulitzer, ma soprattutto mosse le coscienze del mondo, forse accelerando gli stessi processi di pace.

FOTOGRAFIA DA LEGGERE

IO, LA FOTOGRAFIA. MONOLOGO TEATRALE

IO, LA FOTOGRAFIA  ovvero l'attimo quotidiano  Monologo teatrale Diego Mormorio Soter Editrice
IO, LA FOTOGRAFIA ovvero l'attimo quotidiano Monologo teatrale Diego Mormorio Soter Editrice

Centocinquant'anni sono appena un colpo di flash nella storia dell’universo. Un colpo di flash lanciato nello spazio di miliardi di anni. Eppure per me questi centocinquant’anni passati con voi sono quasi un’eternità, perché io vivo nell’attimo. Anzi, più precisamente vivo nel centesimo di secondo”.

Inizia così, il libro di Diego Mormorio. E' la fotografia che parla, in un monologo teatrale. L'autore ci ha abituato bene con i suoi saggi, ad iniziare dall'opera che abbiamo presentato la volta scorsa (Catturare il tempo, lentezza e rapidità nella fotografia).

Di base, anche qui, c'è la contrapposizione su cosa la fotografia rappresenta nella cultura occidentale, dove la vita (e il tempo) sembra consegnarci delle cose, per poi togliercele lungo il piano inclinato che conduce alla morte. Ma la fotografia non ha colpa, nemmeno come forza illusoria che ferma l'attimo. E' comunque quest'ultimo ad essere importante, a porre le dimensioni tra sempre e oggi, tra centocinquanta anni e eternità. E' la fotografia a dircelo, dal palco di un teatro; perché è lei a parlare, per firma di Mormorio. Da non perdere.

 

PINO NINFA, ROUND ABOUT TOWNSHIP

Pino Ninfa è un amico, uno di quelli che ritrovi ogni tanto e che compaiono nel momento del bisogno. Ci ha parlato spesso di fotografia, della propria ed anche di quella che vede; così ci ha abituati a capire meglio sull'oggi, sul domani, sull'uso dello strumento.

E' un piacere starlo ad ascoltare, soprattutto durante un viaggio in auto come quello che è capitato recentemente. Un po' di musica (Jazz, per carità), le parole, il viaggio. Ecco che ci spiega come vivere d'immagine significhi portare avanti dei progetti, magari contaminati (o contaminabili) da altre discipline. Per queste ragioni riesce a collaborare con Porsche e Iveco Italia.

Al di là di ciò, comunque, personalmente ci è sempre piaciuta la sua idea di partenza. Quando ci parla del viaggio che farà, noi ne percepiamo tutta la naturalezza: quasi che la meta finale sia non un approdo, ma il destino stesso. L'anima del viaggiatore che gli attribuiamo poggia su queste basi: mal attribuibili a qualità palesi, che invece noi vediamo inscritte in un contesto istintivo e culturale al tempo stesso.

Da sempre interprete della musica, anche con ironia, tempo addietro Pino ha seguito le impronte della musica “nera” negli USA e, di certo, non è una sorpresa ritrovarlo tra le township di Città del Capo o Johannesburg. Non è la musica, il fattore legante, bensì lo sguardo, il modo di porsi. Tra le Baracche Ninfa usa la luce con parsimonia, come chi non voglia far rumore. Ecco che tutto diventa o contorno, o atmosfera; con un'intensità però che raggiunge dei toni quasi pittorici. Fare un paragone con Caravaggio è quasi ovvio; ma al di là della lente ci sono gli oppressi e sono loro il soggetto del racconto. La luce (poca) serve a descrivere un mondo che è realmente al buio, anche di giorno: persino ai nostri occhi.

E Pino lo sa bene.